Hanno regalato questo libro per Natale ad uno dei miei figli.
Opera della Zia (piuttosto) illuminata nonché inquieta.I miei figli ovviamente hanno avuto la reazione di sempre di fronte ai libri.
I libri in casa ci sono.
Un oggetto.
Assimilato.
Mappato.
Mio figlio grande lo ha preso lo ha sfogliato..."fico, bello. Potrei ricopiare delle cose."
Si beh lui ha 7 anni ed è in fissa con il ricopiare (in bianco e nero rigorosamente) ogni cosa del mondo.
Disegna e cataloga il suo mondo.
Non male per uno che professa di esser nato per disegnare. Ma solo per questo! Ci tiene anche a sottolineare.
Ad ogni modo, ecco, il fatto stesso che i libri in casa siano un oggetto inglobato, mi sono detta che potesse probabilmente essere una delle "X" ragioni che abbiano impedito quel sonoro e incontenibile "WOWOWOW"
No perché invece per me è stato così.
Quando ho visto quella tigre campeggiare sulla copertina gialla ma di un giallo pastello che pastello non è immediatamente ho chiuso le porte al mondo entrando nel tunnel del pensiero fisso paranoide passando la sera di Natale augurandomi che tutti andassero a letto il più presto possibile.
Quel giallo tattile.
Quel giallo che con la sua texture pastosa non ti lascia scampo.
Almeno a me non lo ha lasciato.
Beh perché poi questo elemento avvolgente, che richiama alla possibilità di colori "toccabili" (è incedibile perché leggendo è come se percepissi il movimento delle mie mai all'interno del colore.), non mi ha abbandonata per tutta la lettura.
Da questo neologistico touchble feeling al panegirico su Bonnie e l'embodiment c'è voluto davvero poco per smarrirmi dentro le bellissimi immagini di Guido Scarabottolo
Perché quest'albo è un esperienza estetica naturalmente complessa.
Questo albo ricostruisce ed immagina una condizione naturale assai propria dei bambini e su cui l'adulto deve invece lavorare, analizzare e tutte le menate del caso, per poter recuperare questo aspetto.
Nella mia vita precedente...beh non troppo precedente....
Io divido la vita in "quando ero sola" - barra - "quando ho iniziato a pensare per 2, 3 e 4"
Dicevo nel periodo della vita che va dal pensare per 2 al quasi 3, mi sono imbattuta in una donna molto interessante Bonnie Bainbridge Cohen, la quale lavora esattamente su questo.
Lavora sul cosiddetto "embodiement" ovvero sulla relazione, e il suo relativo recupero, del rapporto corpo e mente.
E lo fa anche attraverso il recupero preciso di alcuni movimenti.
Body-mind center.
Si lei ha fondato dei centri dove tu vai e puoi trasformare i tuoi movimenti in maniera consapevole,
Io c' ho provato in maniera grossolana e confusa.
(Esattamente come sono per alcuni versi.)
Il suo lavoro ha esercitato sulla mia immaginazione un fascino ossessivo per alcuni versi ed ho provato ad osservare i mie figli lavorando per preservare il più possibile questa relazione.
Questo albo, per me, si inscrive in questo contesto.
Mi ha immediatamente dato un idea di movimento.
L'ho adorato da subito e non nascondo che l'ho fatto quasi anche un po' alla cieca, essendo io una Zoboli's fan/addicted.
Che poi Giovanna Zoboli è nel mio personale dream team di donne più influenti nella mia giornata.
io adoro le classifiche
enumerare i punti
fare le liste
fare le mappe
dividere per colore, genere
mettere in ordine alfabetico le lettere
![]() |
| Spencerian script |
Lo facevo col medesimo rigore trascendente con cui osservavo rapita le impiegate delle poste mettere il timbrone sulla corrispondenza.
Mi perdevo in quell'automatismo.
"BUM BUM BUM BUM"
Un timbro due sfarfallate di polso per aria
un timbro due sfarfallate.
Ora che ci penso non ho mai contato quanti timbri riuscisse a mettere....beh è pur vero che non andavo così spesso alle poste e così mi trovai certamente di fronte alla feroce necessità di fare una lista delle priorità da osservare.
Una lista di tutte le cose che non vedevo dalla mia finestra.
La cosa che immediatamente ha attratto la mia attenzione (oltre al giallo toccante)è stata la negazione nel titolo.
...Cose che non vedo....immediato l'aggancio al cuore.
In quella diretta e geometrica semplicità della negazione si intuiva il mondo, un mondo che per molti versi mi appartiene moltissimo.
Quello delle negazioni intendo.
No perché anche io mi sento una che dice cose che non si capiscono dalla mia bocca per esempio.
Ci sono delle volte che avverto la fatica fisica che le persone fanno per comprendere ciò che dico.
Ma io non lo so dire in un altro modo anche se m'impegno un casino.
Per fortuna ci sono quelle 3 persone (si credo siano 3 tolta mia madre)che riescono davvero a cogliere cose che non si vedono dalle mie parole.
Mi piace mischiare la vita con i libri.
Temo non si possa parlare di un esperienza estetica, visiva artistica letteraria di dialogo, se non è passata la vita dentro, in mezzo, su giù.
Qualunque pezzo di vita.
Non per forza deve passarci tutta.
Ma non c'è nulla che mi emozioni e mi esalti come un gladiatore che si è ripagato la propria libertà, quanto i detriti di noi stessi che risalgono la corrente dell'esistenza.
Quel giallo...Eureka! Ettore Spalletti!
Mi è venuto in mente ora.
Ho un immagine parziale di quel pomeriggio.
Per caso mi ritrovai nel suo studio e ricordo in un angolo c'era un oggetto giallo.
Uno dei miei più cari amici mi portò con se.
Esattamente come me muoveva i primi passi verso i sogni.
Il suo era occuparsi di arte contemporanea ( e direi che ci è riuscito egregiamente essendo uno dei curatori più quotati nonostante la giovane età).
Io andai in quello studio.
Ricordo poco se non questo particolare del giallo.Mentre scrivo vado a tirar fuori un po di cose su Spalletti di cui ho visto diverse opere essendo quasi conterranei e m'imbatto in questo:
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| Stanza, Giallo Oro 1994 |
Notoriamente è difficile, se non addirittura impossibile, definire la bellezza. Eppure, l’opera di Spalletti offre dei piaceri visivi apprezzabili da tutti: superfici delicate e quasi sensualmente tattili, colori e forme appena sufficientemente diversi dalla familiarità così da intrigare e stupire ogni volta lo spettatore. E sebbene i suoi colori altamente seducenti siano quasi naturali (anche se non completamente: nessun cielo è mai stato di un azzurro così incipriato, nessun nero esiste in natura come i suoi marmi lucidati), essi si oppongono con forza a quanto affermato dall’Urna greca di Keats: la bellezza non è tutto quello che sappiamo né tutto quello che dobbiamo sapere.Piacere visivo.
E' incredibile come questo libro unicamente dalla sua copertina sia riuscito a tirar fuori da me tutta questa vita!
Sono giorni che ci penso, che mi chiedo il perché di questa attrazione così intensa.
E' stato difficile sedermi e portar fuori dalla mia finestra tutto questo.
Difficile per ragioni personali che hanno poco a che fare col giallo ma posso davvero affermare che certe esperienze mi stiano salvando la vita.
1997 facevo la baby sitter in Val di Chiana, ero per caso al bar del paese e m'imbattei in un signore eccentrico che parlava inglese.
Lui mi disse che se volevo c'erano dei suoi lavori e che potevo andarli a vedere e mi disse dove.
Secco.
Mi liquidò.
Io andai perché tanto basta che ce sta' da guarda' da fa' da di' da pensa' io vado.
E' una sorta di automatismo.
Diamine!Era esposto un lavoro di Joseph Kosuth padre dell'arte concettuale.
Vederlo dal vivo fa un effetto abbagliante.
E fu così che m'imbattei anche nell'arte concettuale.
Per caso, mischiando la vita alle cose.
Esattamente come quando a Roma per caso incontria i Take That.
Io non sapevo neanche chi fossero.
Ero poco più che adolescente e andavo da mia sorella.Lei faceva l'Università.
Mi portava in giro in quei posti che già allora detestavo ma che la mia smania di conformismo mi metteva spesso tra i piedi esponendomi ad una socialità così mostrata e così vomitevole ai miei occhi!
C'erano ragazzine che urlavano e piangevano ed io ricordo esattamente che pensai "cazzo piangono queste?!"
E così mi ritirai da sola in un angolo.
Mi girai e c'era un OMONE GIGANTE nero che minaccioso mi disse "go away!"
Io gli feci teneramente capire che ero li semplicemete per esprimere il mio disagio sociale e lui mollò dunque la presa.
A un certo punto uscirono sti' 5 ragazzetti baldanzosi e sudaticci con uno spiccato accento british e mentre io ero seduta per terra appoggiata ad una saracinesca imbrattata di parolacce e dichiarazioni d'amore robin williams mi disse "cziao belllla!"
Ho capito solo molto tempo dopo che ero entrata in contatto col fenomeno POP più inutile di tutti gli anno '90, ma nonostante l'inconsapevolezza non sono così sicura che questo fatto non abbia comunque segnato la mia esistenza in qualche modo.
Ascoltare rihanna o leggere tipo Vanity Fair sono delle possibilità.Credo.
Digressioni a parte un libro diviene tale se esso funge da specchio, se riesce a spalancare una finestra.
Cercando qua e la e solleticata dal solito amico che ad un certo punto io gli dico "guarda che fico questo libro""nuoo incredibile!sai devo fare una cosa e pensavo alle finestre ma che bello!" (beh insomma sto libro è indubbiamente un ripetitore di segnali di vita enorme per me)...solleticata m'imbatto in un saggio "Il simbolo della finestra nel Melkij bes di Fëdor Sologub".
A-I-U-T-O
Comunque mi metto li a leggere e non conoscevo l'esistenza di questo romanzo. "Il demone meschino".
Un romanzo russo pubblicato nei primi del '900.
Premetto che l'approssimazione è la mia special k-ey per entrare in contatto col mondo, così decido di procedere azionando la speciale key, molto solleticata da questo mini saggio paranoide e ginecologico intorno al Melkij bes (adoro le persone che si concentrano su di una cosa e ne scrivono, ne parlano, la studiano)
Mi metto a leggere fiduciosa di trovar qualcosa che mi avrebbe ricondotto alla finestra della Zoboli e di Scarabottolo.
E infatti così fu.
Eppure, in realtà, la “finestra” stessa è un simbolo polisemico che, per citare Akim Volynskij, unisce “l’eterno, intraseunte con il temporale, con il mondo dei fenomeni”; in quanto “simbolo”, la “finestra” letteraria agisce come medium fra due o più realtà, mettendo a contatto evanescenze e consistenze, interiorità ed esteriorità, io e società. Ciò detto, in questo mio lavoro mi propongo di rovesciare l’uguaglianza sologubiana simbolo = finestra, leggendola secondo il verso contrario ed equivalente, come finestra = simbolo. (...)Lasciando per ora da parte altre plausibili valenze e chiavi interpretative, ci concentreremo sull'immagine della finestra intesa come “simbolo” dell’antinomia identità/alterità.(...)Nel Melkij bes la finestra è una presenza silenziosa ma continua e dalla simbologia interessante. L’immagine della finestra è collegata allo sguardo – e in primo luogo allo sguardo altrui –, all’altro che ci osserva, ci studia, ci spia; se vogliamo, è la metafora della dicotomia fra l’interno e l’esterno, fra il “proprio” (svoë) e l’“altrui” (čužoe), del rapporto controverso e morboso fra l’io e l’altro(...)(per chi fosse interessato qui si può trovare l'intero articolo/saggio)
E' chiaro che decontestualizzare queste parole per asservirle al mio dozzinale panegirico potrebbe apparire irriguardose nei confronti di molti ma in realtà mi piaceva moltissimo l'idea sottesa al mini saggio: ovvero quella di sovvertire il binomio simbolo=finestra e di concentrarsi unicamente sulla finestra invece come simbolo e quindi riconoscere ad essa una funzione centrale.
La finestra come sguardo.
Le Corbusier annoverò l'elemento finestra nell'elenco di quei famosi 5 punti che rappresentarono l'inizio dell' architettura moderna.
L'inizio di una casa moderna.
La risposta ad un bisogno dell'uomo moderno.
Le Corbusier sosteneva che questa famosa "la fenetre en longueur" oltre a donare maggiore luce conferiva una maggiore uniformità agli interni ed agli esterni con un contatto più diretto tra le due parti.
wow!
Mi dico quindi che questo albo ha davvero tutte le credenziali per essere annoverato tra quei libri che devono essere maneggiati dai bambini, dai loro ignari o folli genitori e da chiunque abbia voglia e sete di vita.
Siamo passati da un demone che metteva al centro una dicotomia fra l'esterno e l'interno attraverso una finestra simbolica che era essa stessa simbolo ma anche archetipo di innumerevoli possibilità semantiche, all'uomo moderno.
In mezzo c'è "cose che non vedo dalla mia finestra"
C'è l'ironia
C'è il surreale realismo con cui pagina dopo pagina il libro ci abbraccia, ci tocca, ci sorride.
C'è la parola
C'è il suo segno
C'è il suo significato ed anche i molti altri possibili (significati)
e ci sono le immagini
E poi le immagini unite alle parole
E le parole vicino le immagini
un gioioso ed allegro contrappunto che termina esattamente dove vorresti che finisse.
Anzi dove non si finisce mai.
Perché lo apri e lo sfogli ma potresti anche rigirarlo o aprirlo come vuoi.
e se le finestre vere non puoi aprile come vuoi ( ma quando vuoi si!) quelle dell'immaginazione te le apri come più ti piacciono.
La finestra porta con se, nella sua valigia polisemica, la dicotomia necessaria tra esterno ed interno.
Anna Castagnoli in maniera ben più autorevole e precisa della mia, ne parlò molto tempo fa in un bellissimo post intitolato proprio "la finestra nell'arte e nell'illustrazione":
Nelle arti figurative, la tensione tra questi due mondi (esterno e interno), si è spesso incarnata nell’immagine della “finestra”. La finestra è quell’apertura che rende la membrana tra dentro e fuori permeabile. Si potrebbe addirittura tracciare una storia della percezione umana tra interno ed esterno, solo analizzando le rappresentazioni nell’arte e nella letteratura della “finestra”.
In realtà però io ho la netta sensazione che quest'albo si ponga intorno a tute queste autorevolissime riflessioni con l'irriverenza giocosa di chi vuol portare a galla possibilità senza condizioni.
Nel libro non ci sono confini.
Le immagini esattamente come le parole sono apparentemente appoggiate sulla carta in una danza che potrebbe cambiare ritmo al prossimo pensiero, al prossimo soffio di gioia o di inquietudine.
La mutevolezza di questo libro ne spiega il suo fascino così umano, quasi uterino.
Ho amato da subito questa complessa eppur naturale osmosi tra esterno ed interno che nel libro,forte, mi è sembrato di cogliere.
Come una possibilità meta - dialogica.
Oltre la dicotomia
Oltre il contrappunto
Nel regno della mutevolezza incantata.





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grazie,thanx,merci,dankeschon,